Medaglia medaglia

 A cura di Andrea Deceglie

In epoca moderna, sempre più mediaticamente evoluta e “social”, si è vieppiù diffusa la consuetudine di pubblicare sul proprio profilo post inerenti i risultati ottenuti in gara, correlati di foto sul podio.. A tutti è capitato. Me compreso, mi dichiaro colpevole. Quello che non tutti evidenziano invece è che, in molti casi, trattasi di meri  riconoscimenti alla partecipazione, stile medaglietta a tutti i partecipanti dei torneini di judo dei bambini, piuttosto che trofei vinti sul campo, come, più o meno involontariamente, omesso in sede di commento dal pubblicante di turno.

Spessissimo quelle che gli anglofoni chiamano default medals vengono utilizzate da praticanti più o meno novizi nel campo come parametro di scelta di un insegnante/maestro, magari a scapito di un altro che non può vantare un simile “palmares”. L’equazione numero di medaglie vinte=perizia, capacità e conoscenza dell’istruttore può far capolino nella mente del principiante in cerca di una accademia in cui iniziare ad allenarsi. In questo senso non credo sia propriamente lecito o etico strumentalizzare, allo scopo di promuovere la propria palestra o il proprio corso, semplici partecipazioni alle competizioni quasi fossero successi ai Campionati del Mondo. Soprattutto se si fa del marzialismo e degli antichi valori la propria bandiera.

In tal senso, è politica della  palestra che frequento mettere  bene in evidenza quelle che noi chiamiamo “medaglie di cartone”. Perchè non vi è nulla di male nel perdere mentre è molto più opinabile, almeno a mio modesto parere, vantare crediti non meritati sul campo.

In sintesi, in un periodo storico in cui tutto è mediaticamente sovraesposto è sempre più difficile millantare mirabolanti vittorie quando il numero dei competitors appare su internet e diversi eventi iniziano ad essere trasmessi in streaming. Ci si può spacciare per la Atos o la Unity ma si rimane onesti ed appassionati mestieranti di questo straordinario sport. Come tantissimi a queste latitudini (tolte pochissime eccezioni).  Se vi imbattete in foto di un atleta medagliato scattate sui gradoni del palazzetto o in coda al bar invece che sul podio, fatevi qualche domanda. Quel “…porto a casa un oro/argento/bronzo…” potrebbe essere l’ennesimo tentativo di autopromuoversi a scapito della più normale onestà intellettuale.

Al netto del fatto che prendere parte alla competizione allenati, nel peso (cosa che, nel mio caso specifico, proprio ultimamente una volta non mi è riuscita) ed in buona efficienza sia già di per se un risultato di tutto il rispetto (onore sempre a chi si mette in gioco e calca il tatami), affermare di sentirsi campioni perchè gli altri non hanno avuto le palle di presentarsi mi sembra francamente una bestialità. Magari non sono solo riusciti a permetterselo, in termini di costi economici e di tempo.

Esempi di istruttori, le cui realtà prosperano grazie a simili atteggiamenti, o di atleti che addirittura strappano prestigiose sponsorships con marchi più o famosi, ne abbiamo più di uno. Scaltri loro nel proporsi (oh, tengono famiglia anch’essi..), un pò meno coloro i quali finiscono per farsi convincere da curricula sportivi un pochetto “gonfiati”, se così possiamo definirli.

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In conclusione, se capita di perdere al primo round (come di fatto succede al 50% dei partecipanti ad un torneo, trattasi di una pura asserzione matematica) in una griglia ad esempio di tre/quattro partecipanti, è giusto e doveroso, sempre a mio discutibilissimo giudizio, salire sul podio per rispetto di se stessi, dello sport e dei propri avversarsi, che hanno fatto il massimo per spuntarla. Basta solo non millantare strepitosi successi, per il proprio tornaconto, in luogo di onestissime e rispettabilissime partecipazioni. Che tanto sulla materassina, come sul web,  le bugie hanno le gambe ancora più corte.

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